Qui Belgrado dove il basket è nato in una Fortezza

Belgrado era la capitale di uno Stato chiamato Jugoslavia, un territorio appena liberato dall’occupazione germanica. Asa Nikolic; Radomir Saper; Nebojsa Popovic e Borislav Stankovic erano quattro giovani ambiziosi che successivamente sarebbero stati considerati i “Founding Fathers” del basket serbo o slavo per usare l’espressione del dopo guerra. Ma tutti coloro che abbiano idee, passione e coraggio hanno anche bisogno di un posto in cui operare. Loro quattro lo trovarono nella Fortezza di Kalemegdan, su una collina di Belgrado che presiede sopra la confluenza di due fiumi, Sava e Danubio, un posto affascinante, ricostruito sulle macerie della Grande Guerra. Se esistesse un Mount Rushmore dedicato a chi ha creato la superpotenza cestisca che è la Serbia oggi, le statue avrebbero i loro volti.

La fortezza di Kalemegdan è dove il basket serbo è nato e respira ancora oggi: qui il playground del Partizan

Nel 1945 Kalemegdan ospitava campi da tennis in terra battuta che poi diventarono proprietà dei cestisti. Nel 1945 la Stella Rossa venne fondata lì in un fazzoletto di terra convertito nel playground più famoso d’Europa. Il secondo sarebbe sorto nel terreno adiacente, che venne occupato dal Partizan, la squadra dell’Esercito. Venne fondata subito dopo. Da allora Stella Rossa e Partizan sono vicini di casa e fieri rivali. Il Derby Eterno, come lo chiamano a Belgrado, dura da allora, ha una forte impronta anche calcistica, e non ha mai fatto alcuna concessione alla qualità delle squadre. La rivalità non dipende dal livello dei giocatori e dalla competizione. E’ molto di più.

Asa Nikolic è stato il cuore tecnico delle origini del basket serbo. Saper sarebbe stato prima giocatore e poi dirigente della federazione slava; Stankovic sarebbe stato anche lui un allenatore di successo prima di diventare una figura chiave a livello internazionale, per decenni numero 1 della FIBA; Popovic è stato un dirigente avveduto e un giornalista impeccabile, un educatore. Ma Nikolic sul piano tecnico è stato la locomotiva che ha trascinato tutti.

Il vecchio Pionir, impianto storico di Belgrado, ora è intitolato ad Asa Nikolic

Il lavoro di educazione e proselitismo è cominciato a Kalamegdan, ha ovviamente investito la Nazionale ed è diventato un marchio di fabbrica. L’ultima grande opera di Asa Nikolic fu proprio il Partizan del 1992. Il leader era Sasha Djordjevic, l’astro nascente era Sasha Danilovic, e il coach l’allora 32enne Zeljko Obradovic. Quell’anno il Partizan con una squadra di soli serbi diventò Campione d’Europa a Istanbul battendo in finale la Joventut Badalona. In semifinale sconfisse la Philips Milano guidata per il secondo anno da un allenatore che sarebbe entrato nella Hall of Fame: Mike D’Antoni. Nessuna squadra serba aveva mai vinto il titolo europeo. Ce l’aveva fatta solo nel 1979 una squadra slava, il Bosna Sarajevo di Bogdan Tanjevic, un altro allenatore che sarebbe stato legato all’Olimpia. Nel Partizan del 1992 Nikolic era il grande regista, una sorta di direttore tecnico e mentore del debuttante Obradovic.

Partizan e Stella Rossa sono i due poli, che si attraggono e respingono, del basket serbo. Ma dopo le fondamenta gettate dai quattro saggi, Nikolic realizzò in realtà il primo capolavoro della sua carriera quando vinse quattro titoli slavi con l’OKK Belgrado. La stella di quella formazione era un’ala di nome Radivoje Korac, la stella della prima grande generazione di giocatori serbi. Korac – che oggi dà il proprio nome all’arena in cui l’OKK gioca le sue partite interne – vanta il record di punti in una gara delle competizioni europee con 99. Era un giocatore avanti ai suoi tempi, che guidò la prima nazionale slava di livello mondiale prima di morire a soli 30 anni in seguito ad un incidente automobilistico, una macabra fine che ricorda tantissimo quanto accade 23 anni dopo al povero Drazen Petrovic, che era croato ma vinse tantissimo a sua volta con la nazionale slava.

La Radivoje Korac Arena a Belgrado ricorda una delle primissime grandi star del basket serbo

Korac, leader della prima generazione di fenomeni slavi, dimostrò che il sistema costruito dai quattro saggi di Belgrado funzionava e che la scuola Nikolic avrebbe avuto successo sia nello sviluppo delle squadre che dei singoli giocatori. La carriera di Korac finì a Padova nel campionato italiano, dove a portarlo fu proprio Nikolic che poi avrebbe allenato e vinto anche a Varese con Dino Meneghin come centro. Korac se ne andò troppo presto e non ebbe la possibilità di giocare nel palasport che oggi porta il nome del suo maestro.

La Nikolic Hall venne costruita per ospitare gli Europei che la Jugoslavia vinse nel 1973. Allora si chiamava Pionir, perché doveva essere il lascito alla modernità da parte dei pionieri del basket di Belgrado. Non fu il primo impianto al coperto di Belgrado (la Novosti Hall venne costruita nel 1968 e fu subito la casa della Stella Rossa) ma fu il simbolo di una nuova era che naturalmente ridusse i meravigliosi campi all’aperto di Kalemegdan nei playground più affascinanti del continente. Ma non sono solo campi; sono l’essenza stessa del basket a Belgrado.

Korac era in realtà di Sombor, lo stesso luogo in cui sessanta anni dopo di lui è nato Nikola Jokic che non è la prima grande star serba del basket NBA ma quella che ha raggiunto le vette più alte, il titolo con Denver e il trofeo di MVP due volte. Una ideale linea temporale collega Kalemegdan a Nikolic a Korac fino a Jokic, che, proprio come Korac, non ha mai giocato nel Partizan e neppure nella Stella Rossa.

In mezzo c’è tutto il resto. Le squadre di Belgrado hanno il pubblico più numeroso d’Europa, ora non sono più composte solo da giocatori locali ma anche da grandi stelle americane e allenate da tecnici stranieri. Nel Partizan contro cui l’Olimpia debutterà in EuroLeague stasera hanno giocato negli anni anche Drazen Dalipagic, Dragan Kicanovic, Vlade Divac, Zeljko Rebraca, Bogdan Bogdanovic. Ma tutto è cominciato nella Fortezza che domina Belgrado, sui campi di Kalemegdan. Non sono solo un luogo, sono una storia.

Belgrado vista dall’alto con il tempio di St. Sava a spiccare su tutto

Fonte: Ufficio Stampa Olimpia Milano

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